sabato 5 gennaio 2008

Il Danno

“No, non c’è una cosa di Giovanni Falcone che mi manca.

Mi manca proprio lui, la bussola per trovare la rotta nei percorsi accidentati della mafia e della mafiosità. Falcone era un punto di riferimento imprescindibile e più passa il tempo più mi vado convincendo che è proprio questo il danno che abbiamo subito quel pomeriggio di quindici anni fa. Già. Sono passati quindici anni e a quel danno non è stato neppure posto riparo.

Non è venuto meno il riflesso condizionato che scattava di fronte ad avvenimenti apparentemente tranquilli, lontani e invece fortemente intrecciati all’evolversi della vita quotidiana siciliana.

Qualunque notizia arrivasse dal mondo, da Paesi lontani piuttosto che da borgate vicine, se avevano un qualunque legame con cosa nostra lui lo coglieva.

Quante volte l’ho sentito spazientirsi per un collegamento che non riuscivo a cogliere e a lui sembrava evidente.

“Pronto Giovanni ? Come stai?.

La risposta era raggelante:

“Seduto, grazie. E ora dimmi perché rompi”.

“Hanno fermato due di Corleone in trasferta in Emilia, che significa?”.

“Significa quello che si sa e cioè che da quelle parti, da anni ormai, opera- in forma ineccepibilmente imprenditoriale- un gruppo di parenti di Totò Riina. Bisogna allora vedere chi sono i fermati e capire se erano andati a fare danni o in amicizia. E ora non mi fate perdere dell’altro tempo.”

Era così per tutto: per capire a chi interessava una legge, per interpretare una sentenza, in sostanza per non cadere nella banalità della prima risposta scontata.

Se lo beccavi al telefono, ti si aprivano scenari inediti.

Questo indicatore non c’è più, eppure non è svanito l’automatismo di pensare di comporre quel numero di telefono.

E ogni volta è lo stesso smarrimento per un’assenza che in quindici anni non è stato possibile colmare.

Mi manca la palermitanità di Falcone.

L’orgoglio smisurato spesso confuso per arroganza, il rigore che pretendeva da tutti dopo averlo imposto a se stesso.

L’ironia spinta fino al sarcasmo, le reticenze verbali bilanciate dalle ammissioni con gli occhi e con i gesti.

Il moralismo lieve che non gli impediva di cercare l’umanità anche dentro il peggiore dei delinquenti.

La generosità nel lavoro: riusciva a produrre in ogni situazione.

Leggeva e scriveva in macchina mentre filava a 140 all’ora, lavorava in aereo e si portava le carte a casa.

Insomma uno di quei palermitani che quando sono buoni, sono davvero buonissimi….”

(Francesco La Licata, Il Danno in “ La scelta. Storie da non dimenticare, Novanta cento, edizioni.)

2 commenti:

Redazione Dialogos ha detto...

Quest'articolo ci è stato inviato da Antonia Arcuri e leggendolo mi ha fatto riflettere sul fatto che noi spesso pensiamo a questi uomini come Giovanni Falcone non come uomini ma solo come istituzioni. Ma oltre ad essere magistrati erano persone. A questo ricollego la sentenza del giudice che risarcisce la famiglia Borsellino per il danno Biologico subito dalla famiglia per avere perso il proprio caro. L'articolo è scritto dal giornalista Francesco La Licata e con questo abbiamo detto tutto.

Giuseppe Crapisi

Stranistranieri ha detto...

Quello che sta crescendo in Sicilia e nell'opinione pubblica, l'aggregarsi di persone coraggiose contro il pizzo e il ricatto, tutto questo potrebbe costituire una barriera forte contro l'omicidio eccellente nelle isituzioni.(Non sono riuscita a non usare il condizionale).

Daniela Tani