domenica 27 gennaio 2008

I costi dell’illegalità


Venerdì 18 e sabato 19 gennaio a Palermo, presso la sala magna di palazzo Steri, sede del rettorato dell’Università degli studi di Palermo, si è svolto il convegno “i costi dell’illegalità”, organizzato dalla fondazione intitolata a Rocco Chinnici.

Davanti al presidente del senato Marini, al segretario della C.I.S.L. Bonanni, al presidente di Confindustria Sicilia Lo Bello, al questore Caruso, e a tanta gente, la fondazione ha presentato i risultati di una ricerca pubblicata per i tipi del Mulino e già disponibile in libreria, dando la cifra statistica e la dimensione qualitativa del “pizzo” come fenomeno generalizzato che investe la società siciliana, anche sotto variegate forme quali la “messa a posto”, i canoni di noleggio di attrezzature, le forniture, la “guardiania”, l’imposizione delle ditte e dei lavoratori agli esecutori delle gare d’appalto.

Lo studio, svolto su un campione di 2.286 imprese aventi sede nell’isola è stato presentato e firmato tra gli altri da: Piero Grasso (procuratore nazionale antimafia), Francesco Messineo (procuratore delle repubblica di Palermo), Guido Lo Forte (magistrato). A coordinare il lavoro di economisti, sociologi, giuristi e ricercatori sociali è stato Antonio La Spina, professore di Sociologia presso l’Ateneo palermitano. Risultati: il taglieggiamento della mafia nei confronti degli esercenti e degli imprenditori in Sicilia ammonta a circa un miliardo di euro l’anno. Su scala regionale la richiesta estorsiva va da un minimo di 32 euro al mese per una tabaccheria ad un massimo di 27.000 euro al mese per un ipermercato. Nella graduatoria delle tangenti, calcolando sul campione la cifra media del “pizzo”, troviamo che a guidare questa poco invidiabile classifica è la città di Messina, seguita da Palermo, Catania e di seguito le altre province. Nel calcolo non è compresa la cosiddetta “messa a posto”. Al riguardo Piero Grasso spiega: l’azienda, “motu proprio”, eroga alla mafia dal 2 al 10 per cento su ogni appalto, dopodicché può cominciare a lavorare, ma se ha bisogno di calcestruzzo, non può decidere autonomamente quali devono essere le imprese fornitrici. Una telefonata minatoria o qualche amico “benevolo” ricorderà a chi di dovere che deve fare riferimento, in ogni zona della Sicilia, a quelle indicate dal classico “uccellino”.

Lo spaccato che viene fuori dal libro della fondazione Chinnici è articolato ma, in sostanza, non è roseo. Tuttavia si coglie una nuova speranza di rinascita che si legge nelle testimonianze degli tanti intervenuti, ma anche negli occhi di questi due fratelli – Giovanni e Caterina Chinnici – avvocato il primo, magistrato la seconda – che credono nelle loro idee tanto da “investire il patrimonio morale del padre in ricerca”, pensiero bellissimo che il professor Mario Centorrino ha loro rivolto. Io credo che, nel drammatico svolgersi della lotta di liberazione, vi siano già i segni di una rinascita in fieri. C’è una Palermo diversa da quando quasi trent’anni fa andavo all’Università. All’epoca era in pieno svolgimento la guerra tra Stefano Bontade e i corleonesi con un seguito impressionante di morti per le strade. Oggi c’è un’aria diversa, migliore. Oggi Addiopizzo ha 10.000 persone che comprano da chi non paga il “pizzo” e 200 imprese che dichiarano di non essere disponibili a farsi decurtare i profitti dalla mafia. E’ nata l’associazione antiracket Liberofuturo e aumentano sempre di più le denunce degli esercenti e degli imprenditori. Ma so che tutto questo non sarebbe sufficiente se non ci fosse oggi, e prima non c’era, un altro indicatore del cambiamento, il piu importante, a mio giudizio che è questo: la Confindustria ha riscritto il suo codice etico dicendo chiaramente ai suoi affiliati che se pagano il “pizzo” vengono cacciati dall’associazione. Al riguardo, penso che vi è stato un lungo periodo in cui era più conveniente che gli affari si facessero con la mafia, o grazie alla mafia, magari con l’aiuto di qualche politicante borderline, ma oggi non è più così. La buona condotta negli affari paga perché la libertà dal condizionamento mafioso è diventata redditizia. Gli imprenditori fanno sempre lo stesso mestiere. Dunque, delle due l’una: o la libertà di intraprendere e il suo profitto o la mafia e il suo “pizzo”. Mi pare che scelta non ci sia.

Lorenzo Palumbo

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