sabato 26 gennaio 2008

“AMMUTOLITO DAL LAGER”



La testimonianza di Mario De Rito, palermitano deportato in Germania



Li porta molto bene i suoi 86 anni, il signor Mario De Rito, palermitano dei Porrazzi, che oggi trascorre il tempo giocando con i suoi tre nipotini. E’ stato deportato nei lager nazisti in Germania e poi, finitala guerra, per decenni un consulente del lavoro molto conosciuto in città; anche perché collaborava attivamente con l’”ufficio vertenze” della Camera del lavoro, quando a dirigerla, negli anni ’50 e ’60, c’erano Pio La Torre ed Emanuele Macaluso. “Mi salvò una sezione socialista, quella di piazza Bologni” afferma. “Provenivo da un ambiente a rischio, e molti giovani del Capo e di Ballarò facevano una brutta fine”. In quella sezione, De Rito entra per partecipare a spensierate serate di ballo, ma finisce coinvolto in discussioni e iniziative politiche, aprendo una nuova fase della sua vita.
Qualche anno prima era stato segnato dall’esperienza della deportazione in Germania.
La sua vita è stata un’avventura. Ricevuta la cartolina-precetto nel maggio 1941, appena diciannovenne, metà barbiere, metà disoccupato, si era presentato prima a Marsala, poi ad Arezzo per tre mesi di addestramento alle armi. All’inizio è una pacchia, trascorre le giornate giocando a briscola e a tressettecon i commilitoni. Vince sempre, perché le carte sono truccate, e manda a casa le somme raggranellate. Nominato motorista e promosso aviere scelto, viene inserito nell’Aeronautica dell’Albania, è inviato a settembre alla 363° squadriglia aerea di Tirana, l’anno successivo tra Bengasi e Tobruk, in Libia. Dopo la sconfitta delle truppe italiane in Africa settentrionale, torna in Italia, cambiando continuamente destinazione.
L’8 settembre ‘43, quando il governo Badoglio dichiara guerra all’ex alleato tedesco, il nostro si trova ad Udine ed è preso, come tanti, dalla voglia irrefrenabile di tornare a casa, in Sicilia. “Si sentì dire che da Bologna si passava, per andare a sud.” Lascia l’uniforme e indossa una tuta, ma a Mestre le truppe germaniche lo arrestano con altre centinaia di persone. “Ci presero, e ci misero in carri bestiame per un viaggio di una quindicina di giorni.” Lungo la via, la solidarietà della popolazione è grande. “Appena arrivavamo, subito le donne italiane venivano là e ci portavano da mangiare...” Qualcuno approfitta delle fermate del treno per una fuga disperata, ma i militi della Wehrmacht lo freddano senza pietà. “Verso Bolzano, ho visto un casellante lungo la linea con la moglie ed un bambino. I soldati vruum, spararono, uccisero il bambino e risero a lungo...”.
Destinazione del viaggio, i campi di lavoro di Buchenwald e di Erfurt, in Turingia, dove ci sono centinaia di altri militari italiani che il Terzo Reich considera nemici dichiarati della Germania. Si presentano gli emissari della Repubblica sociale: invitano i soldati ad arruolarsi nelle file dei repubblichini promettendo buone paghe. De Rito, come la stragrande maggioranza, rifiuta le profferte degli uomini di Salò. “Il fatto è che noi eravamo ancora in forze. Forse se tornavano qualche tempo dopo, avrebbero avuto più adesioni. E’ stato un errore dei fascisti: noi ancora avevamo la testa, potevamo discutere, ancora avevamo una dignità”.
Tramite la Croce rossa, il nostro scrive ai familiari:”Vi prego di non stare in pensiero per me, mi trovo in Germania a lavorare e sto magnificamente bene come non mai, guadagno bene e mi diverto molto.” Pietose bugie, perchè l’affollamento e la fame regnano sovrani nei lager. “Ci tenevano nelle baracche e dove ce ne andavano cento, ce ne mettevano cinquecento. Dormivamo per terra su dei pagliericci. In un secondo momento ci misero sulle brande di legno a castello. Riuscire a mangiare, diventava un problema! Ci davano un mestolo di zuppa al giorno ed un pane, che secondo loro doveva durare una settimana. Per questo l’erba e tutto quello che si poteva racimolare scompariva completamente”.
La denutrizione produce la decimazione. ”Quando qualcuno non si reggeva più, non è che perdevano tempo a curarlo. Gente ancora agonizzante, li portavano in barelle di ferro e li buttavano nelle fosse comuni”. “Nel nostro campo”, ricorda De Rito, “eravamo all’inizio quattrocentomila, di ogni nazionalità: c’erano anche ebrei, che chiamavamo uomini zebrati per via della divisa che indossavano. Mi ricordo che la mattina vedevo partire gruppi di ebrei affiancati da un carro senza ruote, quello che a Palermo si chiama strascinu. All’inizio, mi chiedevo a cosa servisse. Trovai una risposta quando, al ritorno, vedevo sul carro tanti corpi accatastati uno sull’altro. Alla fine, eravamo ridotti a ventimila, in tutto.”
Il soldato palermitano tenta di difendersi fingendosi affetto da tubercolosi: riesce a farsi mandare ai lavori di campagna, dove qualche patata o qualche rapa si può trovare. Ma dura poco. “Negli ultimi tempi ero sfinito. Io, che pesavo 82 chili, arrivai a pesarne 39! Arrivai al punto che non avevo voglia di fare niente, desideravo la morte per avere finalmente pace... Non avevamo più volontà, non avevamo più dignità, eravamo annullati come persone, eravamo come le bestie.” Solo gli incoraggiamenti di un soldato napoletano lo sostengono. “Mi diceva: pensa alla mamma tua, pensa al tuo monte Pellegrino!”
Poi, nella primavera del ‘45, con le truppe americane e quelle sovietiche, arriva la liberazione dai tedeschi e dall’incubo. I sopravvissuti lasciano i lager e fanno razzia di cibo nelle campagne, ma De Rito ha un chiodo fisso: vuole farla pagare a quel vecchio tedesco che, mentre lavorava in una fabbrica, lo ha schiaffeggiato con odio, chissà perchè. Macinerà centinaia di chilometri senza riuscire a trovarlo.
Riesce invece a tornare a Palermo su un treno improvvisato. Alla stazione centrale sale su una carrozza. “Qualcuno pagherà!”, dice. Arriva a piazza Indipendenza, dove c’è il negozio di pollame dei genitori. “Sono stato quasi un mese dentro casa, non sono uscito” confessa. Per tanto tempo, i periodi più tristi, Natale e Pasqua, quando tutti erano allegri.“Ma cosa avranno da festeggiare? Come si fa a ridere con tutto quello che è successo? Di quello che era successo, nessuno credeva, né dei familiari, né degli estranei. Nessuno credeva a quello che avevamo sofferto. Così per tanti anni non ho voluto raccontare niente a nessuno”.


SANTO LOMBINO

( da “La Repubblica-Palermo”, 26 gennaio 2008)

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