sabato 29 dicembre 2007


Dieci anni fa - il 30 dicembre del 1997 - è spento Danilo Dolci. "Si è spento" è un'espressione bellissima per dire la morte di un uomo. Vuol dire che ogni uomo è una luce, che può brillare in modo più o meno intenso, ma che non si spegne mai del tutto - se non, appunto (e forse), con la morte. A giudicare dal modo in cui fu accolta la notizia della morte di Danilo Dolci (i telegiornali diedero la notizia sbrigativamente, e nemmeno tutti), si direbbe che la sua non sia stata una gran luce. Ma questo è un paese strano. Un paese che si lascia affascinare dal bagliore di politicanti, nani, ballerine e di intellettuali venduti al potere, e che spesso riserva ai suoi uomini migliori il disprezzo, l'umiliazione, l'oblio. Disprezzo che nel caso di Danilo Dolci si è concretizzato nelle parole di un giudice, che lo definì "individuo con spiccata attitudine a delinquere", o in quelle di un vescovo per il quale Dolci, con la sua denuncia dei rapporti tra mafia e politica, denigrava la Sicilia. L'umiliazione è stata quella dei processi, della persecuzione poliziesca, del carcere. L'oblio è quello che è caduto negli anni che ci separano dalla sua morte (ma era iniziato molto prima) sulla sua attività politica ed educativa. Ogni uomo è una luce, dunque. Ma un proverbio dei rom avverte: "Se non vuoi vedere, a che serve una stella?". Proverbio che, mi sembra, va completato con un altro: "Se l'occhio non s'esercita, non vede". E' un proverbio di Danilo Dolci - perché tra le altre cose, Dolci è stato creatore di proverbi, nei quali si condensa la saggezza popolare non meno che nei proverbi consegnati da secoli di esperienza, e che tuttavia sono proverbi nuovi, che segnano un cambiamento, una trasformazione. Occorre l'esercizio per vedere. Senza esercizio e senza visione le stelle brillano inutilmente. Danilo Dolci è stato uno che si è esercitato per vedere. Da qualche parte ho scritto che l'etica nasce dall'attenzione. Ecco, Dolci è stato un maestro di attenzione. E poiché l'attenzione si fa più grande quanto più si concentra sulle cose piccole, Dolci si è concentrato su una realtà minima. E' andato a Partinico, a Trappeto. A Palermo. Ed ha visto. Ha visto un inferno italiano, ha visto bambini morire di fame, ha visto una comunità distrutta da quello che chiamerà "sistema clientelare-mafioso", abbandonata alla passività ed alla rassegnazione, sconfitta. Ma non ha visto solo questo. Ha visto oltre, ed ha trovato un metodo adeguato a questa visione (e cos'è un metodo, se non la ricerca di una strada che porti oltre?). Quel metodo, la "maieutica strutturale", era piuttosto semplice. Si trattava solo di parlare. Di prendere autocoscienza incontrandosi in un modo nuovo. Di scoprirsi attraverso la parola, di scavare nei propri sogni e nei propri pregiudizi, di imparare a dire "io" ed a dire "noi". Di progettarsi diversi scoprendosi comunità. Danilo Dolci ha capito qualcosa che gli altri - anche quelli che l' hanno ammirato e lo ammirano - sembrano aver dimenticato. Ha capito che il passaggio dal regime alla democrazia è ancora troppo poco, se la democrazia è una democrazia rappresentativa che consegna il potere nelle mani di una classe politica e lascia immutati i rapporti di potere (o meglio di dominio). Ha capito che occorreva, che occorre qualcosa di più. Occorreva cambiare la realtà dal basso, passare dalle vecchie strutture alle nuove, combattere il dominio con il potere, realizzare una democrazia vera, grande: di tutti. Come Capitini (e forse più e meglio di lui) si era concentrato sulle strutture per realizzare questa trasformazione/completamento della democrazia rappresentativa. Nella misura in cui le strutture della politica dei partiti e dell'élite erano strutture di dominio, le sue si configuravano come controstrutture. Ecco, a volerlo intendere, il significato dell'opera di Dolci: l'urgenza di struttura alternative a quelle di dominio, di controstrutture dal basso, di luoghi nei quali perfezionarsi nell'arte della visione, della parola, dell'esercizio del potere. Luoghi di intelligenza creativa, perché non v'è salvezza se non attraverso la creatività, il "reciproco adattamento creativo", la comunicazione autentica, che non è quella unidirezionale e mistificante della televisione (Dolci tra le altre cose ha spiegato che "la comunicazione di massa non esiste", come dice il titolo di un suo libro), né quella delle ideologie. Danilo Dolci è stato rimosso, e non poteva essere diversamente. Era una stella che non serviva a nessuno. Non era comunista, non era cattolico. Non era nulla. Era solo Danilo Dolci. E al tempo stesso era troppo. Lo si definisce sociologo, a volte; altre volte lo si dice educatore. Era anche queste cose. Ma non solo questo. Era un politico, Danilo Dolci. Un politico autentico. E' così caduta i basso, la politica, che quando vedi un politico vero non lo riconosci. O pensi che sia offensivo definilo politico. Dolci ha mostrato cos'è un vero politico: uno che dà potere alla gente. Potere: possibilità di fare, di agire, di trasformare, di parlare, di cambiare le cose. Uno che parla e fa parlare, e parla con parole vere, e suscita parole vere. C'è una terza via, tra la miserabile politichetta della classe politica e l'altrettanto miserabile antipolitica dei comici televisivi. E' la via della politica, semplicemente. Ma è una via difficile. Un metodo dimenticato. Una stella inosservata, che brilla inutilmente in qualche distanza siderale.

Antonio Vigilante

3 commenti:

Redazione Dialogos ha detto...

Per uno della mia età è difficile conoscere alcune persone così importanti. Noi siamo felici che oggi anche noi, grazie a quest'articolo, ricordiamo quest'importante uomo che dal Nord è venuto in Sicilia per risollevare le sorti di questa terra. Un po mi vengono in mente i ragazzi toscani che vengono a lavorare i terreni confiscati o l'attenzione delle amministrazioni del centro-nord verso la Sicilia. Ma siamo anche contenti perchè quest'articolo ci trasmette un po la passione di quest'uomo che non abbiamo mai conosciuto. Saremo lieti di dare altro spazio per fare conoscere Danilo Dolci.

Giuseppe Crapisi

Stranistranieri ha detto...

Lascio il mio commento in questo spazio anche se non c'è una relazione diretta fra Danilo Dolci che ho ammirato e apprezzato a suo tempo,(perchè invece io sono un po' più "grande")e quello che vorrei ricordare. Vorrei ricordare una scrittrice siciliana, che ha fatto tanto scalpore alla fine degli anni 80(?)per il romanzo "Volevo i pantaloni" e poi è stata dimenticata o ha voluto farsi dimenticare. Ho letto questo romanzo, dopo, quando forse era già stato fatto il film (brutto)e lei, Lara Cardella, ricordata solo per qualche pettegolezzo sulla sua vita privata. La storia è appassionante e la lingua che viene usata è mobile, fluttuante, il dialetto entra ed esce per raccontare le vicende di un'adolescente che "voleva i pantaloni", voleva essere un uomo per cambiare il suo destino di donna povera in Sicilia.Cambiare mentalità, vuol dire anche cambiare la relazione fra i sessi. La violenza familiare, la prevaricazione, il disprezzo verso una donna, si perpetua nell'educazione che le donne stesse trasmettono ai figli maschi e femmine. Il romanzo è ambientato in un piccolo paese della Sicilia, ma la storia potrebbe svolgersi in qualsiasi villaggio del mondo. I siciliani, però,a quel tempo, si sentirono messi in mezzo, e la Cardella fu accusata di infangare il nome della Sicilia. Una ragazza giovane che non accetta le regole e si ribella, è un pericolo anche per chi, attraverso l'arroganza e la prevaricazione,si impegna perchè la realtà rimanga sempre uguale a se stessa.E vorrei ancora leggere qualcosa di lei,che aveva a 19 anni, solo e soltanto talento. E non mestiere.
Daniela

Anonimo ha detto...

su danilo dolci

Danilo Dolci. Fare presto (e bene) perché si muore
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