martedì 13 novembre 2007

Le terapie immaginative


“Immagini un luogo molto bello e a lei caro, il suo luogo preferito. Se ne ha più di uno, scelga quello che le dà il maggior senso di tranquillità, di serenità. Guardi che colori ci sono, che forme, che rumori; ascolti le sensazioni che riceve. Ora trovi uno spazio.....”

In Grecia il culto di Asklepios ( Esculapio) era associato ad attività cliniche, che consistevano in purificazioni rituali (lavacri, bagni, sacrifici e offerte di cibo) e attività fisiche (esercizi ginnici, corsa a piedi e a cavallo).

Però il momento clou consisteva nell'incubazione: il paziente veniva introdotto nell'abaton e in posizione sdraiata veniva invitato al silenzio e al sonno.

I sogni e le fantasie, prodotti in quello stato, erano risolutori del sintomo, poiché davano indicazioni per il trattamento.

Per dare maggiore efficacia alla produzione dei sogni, venivano fatte delle declamazioni e delle drammatizzazioni: comporre in onore di Pan o di altri dei, sotto forma di un monologo o con dei dialoghi con figure simboliche.

Nell’Epopea di Gilgamesh, poema sumerico dell’ottavo secolo a. c., ritroviamo la pratica dell’interpretazione dei sogni. I sogni di Gilgamesh, eroe buono, conoscitore di ogni cosa, che patì ogni ostacolo e fece incidere le sue gesta su tavolette di lapislazzuli, vengono interpretati dalla madre e dea Ninsun.

Gli indiani della cultura Sioux sappiamo che mettevano in atto un pianto rituale per avere una visione, un sogno ad occhi aperti.

Come ben si vede le tecniche immaginative della psicoterapia hanno origini lontane.

Oggi vengono praticate nella consapevolezza che le immagini sono l'espressione immediata dell'affettività e che provocando un movimento, un mutamento, è possibile ottenere una cambiamento dello stato d'animo, ad esse sotteso..

Trasformando, quindi, il fondo fantasmatico, l'io profondo, si trasformano gli aspetti affettivi ed emozionali.

Una delle tecniche, utilizzate, fa riferimento all'immaginazione ipnotica, legata alla suggestione che il terapeuta mette in atto, per indurre il sonno , finalizzato alla produzione di immagini.

“Adesso lei chiuderà gli occhi e visualizzerà un'immagine, una casa , una casa qualsiasi, ora sposti lo sguardo su di sé....”.

In questo caso il terapeuta induce un stato rilassante propizio per la produzione di immagini.

Le tecniche ipnotiche vengono, da sempre, utilizzate per indurre stati regressivi con la possibilità di rivivere eventi traumatici e avviarli alla risoluzione. In questo nuovo corso, se così si può dire, si adottano anche tecniche legate al cognitivismo, e vengono date immagini di condizionamento.

Rispetto a queste procedure, di tipo regressivo oggi tendenzialmente in disuso, poiché la matrice teorica della cura odierna si fonda sul “Qui e ora e con me”, la mia preferenza si sposta verso quella produzione di immagini che va sotto il nome di sogno ad occhi aperti, “Le rêve èveillè libre”, in cui la persona viene invitata, da sveglia, a produrre immagini.

Nel procedimento inverso è il terapeuta che descrive un'immagine e la persona ne diventa spettatore, e se lo desidera anche partecipante.

Nel rêve èveillè libre dialogué il dialogo tra paziente e analista è costante. Le immagini descritte vengono interpretate, lungo un continuum simbolico, dando luogo ad una oniroterapia che è anche un onirodramma.

Quali sono gli aspetti simbolici di queste tecniche?

L'assunto, come afferma Widmann, riferendo il pensiero di Assagioli, è che la visualizzazione è riassuntiva di un percorso immaginativo che si vuole parallelo al percorso evolutivo della persona, e che procede dai luoghi riposti dell'inconscio alle vette della coscienza.

Nella concezione junghiana la maggior parte di noi ha depositato nell'inconscio tutte le associazioni psichiche fantastiche che ogni soggetto possiede. Le immagini dei sogni sono più ricche, infatti, poiché riescono a sfuggire al controllo che mettiamo in atto nello stato di veglia. La funzione del sogno, per Jung, è quella di ristabilire, attraverso la produzione di materiale onirico, il nostro totale equilibrio psichico. Questo ruolo è definito compensatorio, quello prospettico, invece, attiene alle trasformazioni che possono essere messe in atto. .

“Cosa stanno dicendo i miei sogni, che senso hanno.”?

La creazione di immagini ad occhi aperti risponde, anche, a queste domande, in più è possibile mettere in atto processi di trasformazione, per ottenere benessere.

(Claudio Widman, Le Terapie immaginative, Edizioni Magi)

Antonia Arcuri

3 commenti:

Giuseppe Crapisi ha detto...

Cara Antonia finalmente posso leggere l'articolo, se continuo così avrò bisogno di te, non se come psicologo o come psicoteraputa. Comunque io al 99% delle mie notti non ricordo mai quello che ho sognato. Mentre molti se ne ricordano alcuni. Come mai?

GIuseppe Crapisi

Anonimo ha detto...

Parlavo, proprio in questi giorni, con un mio amico, regista di teatro,di un articolo di Lacan, dal titolo " L'analista supposto sapere".
Del fatto, cioè che ognuno, di noi immagina che l'analista conosca la verità del paziente.
Non è così, poichè l'unico depositario è il paziente. Come si fa allora?
" Si voglia agente di guarigione, di formazione o di sondaggio, la psicoanalisi non ha che un medium:la parola del paziente...ora ogni parola ha una risposta. Mostreremo che non v'è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio.."
Nella psicoterapia di matrice junghiana, basata sulla psicologia del profondo, la mancanza del ricordo dei sogni, da parte del paziente, viene colmata
da altre tecniche quale il sogno guidato da svegli, l'immaginazione attiva, di cui parlo nell'articolo.
Lo stress poi non agevola la possibilità che un sogno possa essere ricordato, poi ci sono i processi di rimozione, come direbbe Freud. Come vedi la situazione è complessa, ed è bene lasciarla così, per non correre il rischio con delle semplici risposte di saturare il campo della tua ricerca, alias cammino.
"Caminante non es camino!"
Direbbe Machado, che la strada non è tracciata, ma che è il cammino la strada.
Antonia

Anonimo ha detto...

Errata corrige.
Caminante, no hay camino"

Antonia