martedì 30 ottobre 2007

L'uomo che piantava gli alberi


“Perchè la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni.

Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l'idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio di errore, di fronte a una personalità indimenticabile”

E' così che Jean Giono inizia il suo racconto.

Narra che, durante una passeggiata in una landa brulla della Provenza, dove cresceva solo la lavanda selvatica, dopo lunghi chilometri di faticoso cammino, spinto dalla sete si avvicinò ad un gruppo di case dirupate, sperando di trovare una fonte.

La fonte c'era, ma era secca.

“Le cinque o sei case, senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, e la piccola cappella col campanile crollato erano disposte come le case e le cappelle nei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa.”

Jean Giono riprende la marcia, quando da lontano gli sembra di scorgere una sagoma nera.

Si avvicina e vede un pastore, accanto a lui una trentina di pecore stavano sdraiate sulla terra a riposare.

“Mi fece bere dalla sua borraccia, e poco dopo mi condusse nel suo ovile, in un'andulazione del pianoro.”

Elzéard Bouffier, il pastore, era un uomo particolare.

Dopo aver perduto la moglie e il figlio, aveva deciso di vivere in quella landa, in una casa di pietra che manteneva ordinata e pulita, pascolando le sue trenta pecore.

Dedicava, però, molto del suo tempo ad u'altro impegno.

Piantava, infatti, alberi: querce, faggi e negli ultimi tempi anche betulle.

Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Diecimila certamente sarebbero andati perduti, per via dei roditori e parassiti vari. Sicuramente, diecimila sarebbero sopravvissuti.

Questa, la speranza del pastore.

Lo stupore di Giono è grande.

Finita la guerra, siamo nel 1920, lo scrittore ritorna in quel villaggio abbandonato.

Lo spettacolo, narra, era impressionante: una foresta occupava ora quella landa un tempo desolata; undici chilometri misurava, per l'appunto, suddivisa in tre tronconi.

Era ritornata anche l'acqua nei ruscelli.

Con l'acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i giardini , i fiori.

La trasformazione era avvenuta lentamente, e i cacciatori che vi giugevano inseguendo lepri o faggiani, avevano pensato ad una malizia naturale della terra.

“Ho visto Elzéard Bouffier per l'ultima volta nel giugno del 1945. Aveva ottatasette anni...”

(Jean Giono, L'uomo che piantava gli alberi, Salani Editore)


Antonia Arcuri

1 commento:

Marivì ha detto...

Proprio magico questo racconto. Ciao ragazzi, buon lavoro!

Marivì